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UN PENSIERO SU PARSHAT BEHA'ALOTCHA 5786
Nella Parashat Beha'alotcha incontriamo un momento sorprendente e quasi inquietante. Il popolo si lamenta ancora una volta, questa volta della carne. Il loro desiderio di tornare in Egitto riaffiora, e le loro parole lasciano intendere un rimpianto per la redenzione stessa. Dio risponde bruscamente: riceveranno carne non per un giorno, non per dieci, ma per un intero mese, finché non diventerà per loro ripugnante.
Allora Mosè risponde.
Nel libro dei Numeri 11:21-22, egli pone una domanda semplice ma penetrante: ci sono seicentomila uomini, com'è possibile che ci sia abbastanza carne per tutti? Anche se si macellassero tutte le greggi o si raccogliessero tutti i pesci, sembra impossibile.
Sorge spontanea la domanda: Mosè sta forse dubitando di Dio in questo caso?
Non così in fretta…
I commentari classici dimostrano che le parole di Mosè non dovrebbero essere interpretate come un'espressione di incredulità:
- Rashi su Numeri 11:21; 11:23Mosè non sta esprimendo dubbi su Dio, ma descrivendo la natura del popolo. La loro lamentela non è una vera ricerca di una soluzione; qualunque cosa ricevano si trasforma in rinnovata insoddisfazione.
- Ibn Esdra su Numeri 11:21Mosè ragiona entro i limiti della natura e non vede come ciò possa essere praticamente possibile senza un miracolo esplicito.
- Chizkuni su Numeri 11:22-23 e Sforno su Numeri 11:22Il problema non è il cibo in sé, ma l'atteggiamento interiore delle persone.
Nel loro insieme, queste fonti dimostrano che le parole di Mosè non rappresentano una negazione del potere di Dio, bensì uno scontro tra la promessa divina e la realtà umana.
La risposta di Dio: una dimensione diversa
Dio risponde in modo conciso ma incisivo: “La mano di Dio è forse troppo corta?” (Libro dei Numeri 11:23)
In altre parole, Mosè ragiona ancora secondo categorie umane di fattibilità e logistica. Ma l'azione di Dio non è limitata dal calcolo umano.
Più avanti nel capitolo, vengono effettivamente portate grandi quantità di quaglie. Secondo Chizkuni, Ciò non implica una rottura con la natura, bensì Dio che dirige la natura stessa.
Quindi... Mosè dubitava?
Forse la domanda migliore è: Che tipo di leader è Mosè in questo caso?
Mosé:
- pensa in modo pratico
- capisce le persone (forse anche troppo bene)
- pone domande sincere
Le sue parole non denotano una mancanza di fede, bensì uno scontro tra la logica umana e la promessa divina.
Ed è proprio questo che lo rende credibile: non finge che la tensione non esista.
Uno specchio scomodo
Forse la vera tensione non è con Mosè, ma con il popolo e con l'umanità stessa.
La gente aveva:
- hanno assistito a miracoli
- redenzione sperimentata
- ricevette la manna quotidiana
Eppure l'insoddisfazione persiste.
La questione si fa più pressante: È possibile che un aiuto esterno possa mai colmare una mancanza interiore?
A volte la risposta è no. A volte una persona deve ricevere esattamente ciò che desidera per scoprire che non soddisfa ciò che cerca veramente.
Uno strato più profondo: l'inquietudine che in realtà è desiderio
In un'interpretazione chassidica di questo passaggio (Libro dei Numeri 11:1; Sefer HaSichot 5751, vol. 2, pp. 598–610), il versetto “Il popolo cercava un pretesto” non viene interpretato come semplice ingratitudine, ma come qualcosa di più profondo.
La lamentela non è pura ribellione contro Dio, ma un'inquietudine interiore: la sensazione che il proprio rapporto attuale con Dio manchi di profondità. Ciò che appare come ribellione è, in realtà, una forma distorta di desiderio di maggiore intimità.
Le persone non cercano necessariamente di allontanarsi da Dio, ma di raggiungerlo più profondamente di quanto la loro esperienza attuale permetta. Poiché questo desiderio non ha una forma definita, si manifesta come lamentela e insoddisfazione.
Lo specchio per i Noachidi
Per coloro che percorrono il cammino delle Sette Leggi Noachidi, questa dinamica è riconoscibile.
Chi intraprende questo percorso spesso proviene da vite caratterizzate da una struttura religiosa, rituali o modelli identitari più rigidi. Abbandonare tutto ciò può essere percepito come una perdita piuttosto che come una liberazione.
Esistono direzione, verità e connessione con Dio, ma interiormente potrebbe persistere un senso di: “Manca qualcosa.”
Qui emerge la stessa tensione che si avverte nel deserto: ciò che sembra mancanza potrebbe in realtà essere un desiderio di maggiore intimità con Dio, pur senza ancora una forma definita.
Se questo non viene riconosciuto, può trasformarsi in insoddisfazione per il proprio percorso.
Apprezzando ciò che è stato ricevuto
Il messaggio centrale di questo capitolo non è quindi che il desiderio sia sbagliato, ma che debba essere indirizzato correttamente.
La contentezza non significa stagnazione, ma riconoscere che il cammino intrapreso costituisce già una relazione completa con Dio.
Per i noachidi questo significa concretamente:
- La fondazione sta imparando e vivendo fedelmente Le sette leggi noachidi e la loro applicazione pratica.
- Non si tratta di un minimo, ma di un modo di vivere completo, ricco di profondità e opportunità di crescita.
- La crescita risiede nel perfezionamento del carattere, nello studio e nello sviluppo interiore, non nell'assunzione di obblighi che non appartengono a questo cammino.
Pensiero conclusivo
Mosè si trova tra due realtà: un popolo che sembra non essere mai soddisfatto e un Dio che dimostra che la sua mano non è mai troppo corta.
Per i noachidi, lo stesso specchio rimane:
La sfida non è avere di più, ma essere fedeli a ciò che si è ricevuto e crescere più profondamente in esso.
Di Angelique Sijbolts
Con i ringraziamenti al rabbino Moshe Bernstein
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