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Parashat Mishpatim
Nella lettura della Torah di questa settimana, Mishpatim, troviamo un versetto (Shmot 22:8) che spiega le leggi di un gusrdian che non vuole restituire l'oggetto che ha ricevuto in custodia. La Torah elenca alcuni oggetti da restituire e il Talmud spiega perché la Torah li ha identificati. C'è una lezione spirituale su ognuno di essi. Basato su Likutei Sihot, vol. 1, p. 155
Questa settimana leggiamo la Parashat Mishpatim, che significa "leggi razionali". Contiene così tanti dettagli che può essere difficile concentrarsi su un'idea specifica, ma esploriamo un argomento e cerchiamo di comprenderne la lezione al servizio di Dio.
Il guardiano e la responsabilità
Il tema ruota attorno al custode: quando qualcuno affida un oggetto a un altro in custodia e in seguito ne chiede la restituzione, il custode potrebbe sostenere che sia stato rubato, rotto o smarrito. Tuttavia, in realtà, il custode potrebbe averlo tenuto per sé. In questi casi, la questione deve essere portata davanti a un tribunale rabbinico e il custode è tenuto a prestare giuramento. A volte, dopo aver giurato, una persona può provare rimorso e desiderare di restituire l'oggetto. Questo argomento è ampiamente analizzato nel Talmud e nella legge ebraica.
La specificità della Torah
Un versetto in particolare menziona oggetti specifici – un bue, un asino, una pecora e un indumento – che si possono affidare a un guardiano. Il Talmud si chiede perché vengano menzionati questi oggetti specifici quando, logicamente, qualsiasi oggetto dato in custodia deve essere restituito. Perché evidenziarli?
Il Talmud spiega che ogni parola della Torah ha un significato. Ad esempio, un indumento è facilmente identificabile per taglia, peso e colore. Un asino, tuttavia, potrebbe non avere caratteristiche fisiche univoche, ma può essere riconosciuto dalla sella. Anche il pelo del dorso di un bue deve essere restituito, non solo l'animale stesso. Ma perché la Torah specifica una pecora? Il Talmud conclude: “Kasha”—non lo sappiamo. Questo non significa che non ci sia una ragione, ma piuttosto che la ragione rimane nascosta.
Una lezione più profonda: custodire l'anima
Oltre al suo aspetto legale, questo insegnamento porta con sé una lezione spirituale. Qual è l'oggetto che viene salvaguardato? È il anima, che Dio affida a ciascuno di noi. Si aspetta che ce ne prendiamo cura e che glielo restituiamo puro, vivendo una vita dedicata a Lui. Tuttavia, sorgono degli ostacoli, lotte interiori che ci allontanano dal servire Dio.
I quattro oggetti simboleggiano diverse sfide nel nostro cammino spirituale:
- Il bue: Rappresenta i forti desideri terreni e i piaceri materiali che allontanano una persona dall'attenzione spirituale.
- L'asino: Noto per la sua natura fredda, simboleggia l'indifferenza spirituale, ovvero la mancanza di passione nel servire Dio.
- L'indumento: In ebraico, "beged" (indumento) è correlato a "bagad" (tradimento). Questo rappresenta la ribellione contro Dio senza motivo, la sfida fine a se stessa.
- La pecora: Una pecora è dispersa, a simboleggiare una persona che non ha concentrazione ed è influenzata da ciò che la circonda. Questo è lo stato più difficile da cui uscire, perché una persona del genere assorbe valori che non sono i suoi e vaga senza meta.
Superare la sfida delle pecore
Il Talmud afferma che la pecora è “Kasha”—difficile. Questo suggerisce che tornare da uno stato di dispersione sia la sfida più ardua. Ma come superarla?
Il Baal Shem Tov insegnava che tutto ciò che una persona vede o sente dovrebbe servire come lezione al servizio di Dio. Allenandosi a percepire ogni dettaglio della vita come espressione della saggezza divina, anche chi è distratto può ritrovare la concentrazione e tornare sulla via di Dio.
Conclusione
Che tutti noi possiamo meritare di superare queste lotte interiori e servire Dio con tutta la nostra forza e devozione.
Discorso del rabbino Tuvia Serber
Questa è una rappresentazione del testo parlato convertito in testo scritto.
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