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Parashat Naso La lettura della Torah di questa settimana inizia con il conteggio dei Leviti nel deserto. Anche se può sembrare un argomento irrilevante, contiene lezioni eterne per ognuno di noi nel corso della vita. Basato su Likkutei Sichot, vol. 13, p. 16 Rambam, fine delle Leggi della Shemita e dello Yovel


Naso: Trasformare il deserto in una dimora per Dio

La porzione della Torah di questa settimana, Naso, inizia dove la parte precedente, Bamidbar, lasciato fuori. La parola Naso significa “elevare” o “contare”, e prosegue il censimento della tribù di Levi. I Leviti erano divisi in tre famiglie: la famiglia di Kehat, il cui conteggio si conclude in Bamidbar, e le famiglie di Gershon e Merari, i cui conteggi compaiono in Naso.

Leggendo questi lunghi censimenti, sorge spontanea una domanda. I Leviti vivevano nel deserto migliaia di anni fa. Viaggiarono attraverso la natura selvaggia per quasi quarant'anni, portando con sé il Mishkan (Tabernacolo) e adempiendo ai loro specifici doveri. Quegli individui sono morti da tempo e noi non viviamo più in quelle condizioni. Perché, dunque, dovremmo interessarci a questi conteggi? Che rilevanza hanno per noi oggi?

La risposta risiede in un principio fondamentale della Torah: sebbene gli eventi storici appartengano al passato, la Torah è eterna. Ogni dettaglio contiene una lezione senza tempo, valida per ogni persona, in ogni luogo e in ogni generazione.

Perché il popolo ebraico vagò nel deserto?

Per comprendere il messaggio spirituale che si cela dietro questi censimenti, dobbiamo prima capire perché il popolo ebraico ha attraversato il deserto per quarant'anni.

Da una prospettiva mistica, il deserto rappresenta più di una semplice landa desolata. Simboleggia un luogo in cui la presenza di Dio è celata, un luogo privo di consapevolezza e rivelazione spirituale. Il peregrinare del popolo ebraico non fu semplicemente un viaggio da un luogo all'altro. La loro missione era quella di trasformare il deserto stesso.

Durante i loro viaggi, sottomisero le forze delle tenebre spirituali e dell'impurità, rivelando al contempo la presenza di Dio in luoghi dove prima era nascosta. Trasformarono un deserto arido in un luogo dove la santità potesse dimorare.

Il deserto nelle nostre vite

Questa lezione è altrettanto rilevante oggi.

A volte l'ambiente in cui viviamo assomiglia a un deserto spirituale. Le persone intorno a noi potrebbero non comprendere l'importanza della fede, della Torah o del disegno divino. Una persona potrebbe guardare ciò che la circonda e chiedersi: "Cosa ci faccio qui? Perché Dio mi ha messo in un posto simile?".“

La risposta della Torah è chiara: la tua missione non è necessariamente quella di fuggire dal deserto. La tua missione potrebbe essere quella di trasformarlo.

Dio colloca ogni persona esattamente dove è necessaria. La nostra responsabilità è portare santità nel nostro ambiente, dimostrare valori autentici e mostrare con le nostre azioni che aspetto ha una vita connessa a Dio.

Trasformare il nostro deserto personale

Il messaggio si applica non solo al mondo che ci circonda, ma anche al nostro mondo interiore.

Una persona può ripensare al proprio passato e dire: "La mia vita è stata un deserto. Ho commesso errori. Ho sprecato anni. È troppo tardi per cambiare."“

Il censimento dei Leviti insegna il contrario.

I leviti iniziavano il loro servizio solo all'età di trent'anni. Prima di allora, non svolgevano i compiti sacri di portare il Mishkan né di partecipare al suo funzionamento. Il loro vero servizio iniziava più tardi.

Dal punto di vista spirituale, questo insegna che ogni persona ha un momento in cui si risveglia e riconosce il proprio scopo divino. Da quel momento in poi, può iniziare un nuovo capitolo.

L'età è irrilevante. L'esempio classico è quello del rabbino Akiva, che iniziò a studiare la Torah all'età di quarant'anni pur essendo completamente analfabeta. Eppure divenne uno dei più grandi saggi della storia ebraica.

Ogni volta che una persona decide di iniziare a servire Dio sinceramente, quel momento diventa il suo punto di partenza spirituale.

Chiunque può diventare un “levita”

Questa idea è splendidamente espressa dal Rambam (Maimonide) alla fine di Hilchot Shemitah v'Yovel.

Il Rambam spiega che il ruolo dei Leviti non si limita a coloro che discendono fisicamente dalla tribù di Levi. Chiunque, ebreo o non ebreo, che si dedichi con tutto il cuore al servizio di Dio e alla ricerca della rettitudine può raggiungere uno status spirituale simile.

Il Rambam scrive che una tale persona è santificata e che Dio stesso diventa la sua porzione e la sua eredità.

Naturalmente, questo non significa che diventino letteralmente membri della tribù di Levi. Piuttosto, incarnano la missione spirituale dei Leviti: essere in prima linea nel portare la santità nel mondo.

Le tre dimensioni del servizio spirituale

La tribù di Levi era divisa in tre famiglie, e ciascuna famiglia rappresenta un diverso aspetto del nostro lavoro spirituale.

Kehat: Studio della Torah

La famiglia di Kehat trasportava i vasi più sacri del Mishkan, tra cui l'Arca che conteneva la Torah.

Per questo motivo, Kehat rappresenta lo studio della Torah. Prima di poter influenzare il mondo che ci circonda, dobbiamo prima arricchirci di conoscenza, saggezza e comprensione.

Lo studio della Torah ci fornisce le fondamenta su cui si costruisce ogni altra crescita spirituale.

Gershon: Preghiera e Connessione

La famiglia di Gershon si occupava del trasporto delle tende e delle coperture del Mishkan.

Questi drappi circondavano e avvolgevano la struttura sacra. Dal punto di vista spirituale, ciò rappresenta la preghiera.

La preghiera è più che la semplice consapevolezza di ciò che è giusto. È l'atto di connetterci a Dio. Proprio come le tende avvolgevano il Mishkan, la preghiera circonda ed eleva ogni aspetto della vita di una persona.

Merari: Azione e impegno

Il nome Merari è correlato alla parola mar, che significa amarezza.

Dal punto di vista spirituale, Merari rappresenta l'opera di trasformazione delle sfide della vita in opportunità di crescita. La famiglia di Merari trasportava le pesanti travi e i pilastri che costituivano la struttura del Mishkan.

Queste colonne si ergevano salde e immobili, a simboleggiare la dedizione, l'impegno e l'annullamento di sé di fronte alla volontà di Dio.

Questo ci insegna che la crescita spirituale richiede azione. Oltre allo studio e alla preghiera, dobbiamo vivere concretamente secondo i valori in cui crediamo. Dobbiamo rimanere saldi nelle nostre convinzioni e portare avanti la nostra missione con costanza.

Portare la presenza di Dio nel mondo

Il viaggio attraverso il deserto non è mai stato solo un evento storico. È una missione spirituale continua che prosegue ancora oggi.

Ognuno di noi incontra dei deserti, sia nel mondo che ci circonda sia dentro di noi. La Torah insegna che non dobbiamo fuggire da questi deserti, ma trasformarli.

Attraverso i tre sentieri rappresentati dalle famiglie levitiche – lo studio della Torah, la preghiera e l'azione impegnata – affiniamo noi stessi, eleviamo ciò che ci circonda e riveliamo la presenza di Dio in luoghi dove prima era nascosta.

Proprio come il popolo ebraico ha trasformato il deserto fisico in un luogo di rivelazione divina, anche noi abbiamo il potere di rendere le nostre case, le nostre comunità e le nostre vite personali dimore per Dio.

Buon Shabbat.

Discorso del rabbino Tuvia Serber


Questa è una rappresentazione del testo parlato convertito in testo scritto.

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