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I non ebrei possono recitare “Ascolta, Israele”?
Cominciamo con un singolo versetto, forse uno dei più famosi dell'intera Torah:
“Ascolta, Israele: Hashem è il nostro Dio, Hashem è Uno.”
Deuteronomio 6:4
A prima vista, questo versetto sembra rivolgersi esclusivamente al popolo ebraico. Dopotutto, si apre con le parole “Ascolta, Israele.” Ma la domanda che vogliamo approfondire è più profonda e sottile:
Lo Shemà è riservato solo agli ebrei oppure ha un significato e una rilevanza anche per i Bnei Noach?
Un versetto della Torah
Innanzitutto, occorre fare una precisazione fondamentale.
Lo Shemà è un versetto della Torah. Niente di più, niente di meno.
Secondo la stragrande maggioranza delle opinioni, ai non ebrei è permesso imparare l'intera Torah scritta. Ciò include narrazioni, leggi e versetti che potrebbero non essere applicabili nella pratica. Il Rambam è chiaro sul fatto che la santità della Torah non dipende dal fatto che un particolare versetto ci sembri "importante" o emotivamente potente. Ogni parola, ogni lettera, ogni versetto porta con sé la stessa sacralità.
Da questa sola prospettiva, non c'è motivo per cui un non ebreo non possa leggere o anche solo recitare il versetto dello Shemà. È Torah.
La Mitzvah dello Shema
Per gli ebrei, tuttavia, lo Shema è più di un versetto, è un comandamento biblico.
La Torah obbliga gli ebrei a recitare lo Shema due volte al giorno: una volta la sera e una volta la mattina. Il Talmud definisce questi orari non in base agli orologi, ma in base all'esperienza umana, ovvero quando le persone normalmente si sdraiano per dormire e quando normalmente si svegliano.
Qual è l'essenza di questo comandamento?
Nel suo nucleo, lo Shemà esprime due idee fondamentali:
- Accettazione del giogo del Cielo — riconoscendo che Dio è Re
- Accettazione del giogo delle mitzvot — impegnandosi a vivere secondo la Sua volontà
E oltre a questo, lo Shema invita una persona a interiorizzare l'unità assoluta di Dio: non solo che c'è un solo Dio piuttosto che molti, ma che tutta l'esistenza in ultima analisi dipende da Lui.
La struttura dello Shema
A rigor di termini, la mitzvah stessa è adempiuta dal solo il primo verso. Tuttavia, i nostri Saggi istituirono la recitazione di tre porzioni della Torah come parte dello Shema quotidiano:
- Shemà (da Parashat Va'etchanan)
- VeHaya (da Parashat Ekev)
- Vayomer (da Parashat Shelach)
Questa struttura riflette una progressione spirituale. Prima viene la dichiarazione dell'unità di Dio. Poi viene l'accettazione dei comandamenti. Infine, c'è il ricordo dell'Esodo dall'Egitto e la mitzvah dello tzitzit.
Il Sefer HaChinuch (Mitzvah 420) spiega la saggezza psicologica alla base di questa pratica. Gli esseri umani sono naturalmente attratti dai desideri fisici e dalle distrazioni mondane. Ripetere lo Shemà due volte al giorno radica la persona nella consapevolezza spirituale e aiuta a proteggersi dal peccato.
Per questo motivo lo Shema deve essere parlato ad alta voce. Il pensiero silenzioso non basta. Nella legge ebraica, la parola è un'azione. Verbalizzare la fede la imprime nella coscienza.
E che dire di Bnei Noach?
Torniamo ora alla nostra domanda centrale.
Da un punto di vista tecnico, un non ebreo che recita lo Shema è semplicemente leggere un versetto della Torah, il che è del tutto lecito. Ma c'è di più.
Il rabbino Chaim Yosef David Azulai (il Chida), una delle grandi autorità della Torah del XVIII secolo, registra un incontro straordinario nel suo diario di viaggio Ma'agal Tov. Durante un viaggio in Francia, incontrò un non ebreo che dichiarò sinceramente di credere nel Dio d'Israele. Dopo aver esaminato le sue convinzioni, il Chida gli ordinò di fare tre cose:
- Recitare lo Shema al mattino e alla sera
- Osserva i sette comandamenti di Noè
- Evitare merda—qualsiasi associazione di Dio con un altro essere
L'uomo accettò.
Questa testimonianza è sorprendente. Il Chida non era una figura marginale e le sue parole sono di grande autorevolezza. Le sue istruzioni chiariscono che recitare lo Shema può essere spiritualmente appropriato per un non ebreo che afferma veramente l'unità del Dio di Israele.
Rambam: Mitzvot volontarie
Il Rambam (Leggi dei Re 10:10) aggiunge un importante quadro halachico.
Un non ebreo può volontariamente eseguire le mitzvot che sono state comandate agli ebrei per ricevere una ricompensa, a condizione che siano eseguiti correttamente e non come parte di un sistema religioso di nuova invenzione. Ci sono eccezioni specifiche, come l'osservanza dello Shabbat o dei tefillin, ma lo Shemà non non rientrano in queste categorie.
Ciò significa che mentre un non ebreo è non comandato recitare lo Shemà può comunque avere un valore spirituale.
Fede, unità ed “Echad”
Nel suo cuore, lo Shemà è una dichiarazione di fede. La fede in Dio è l'esatto opposto dell'idolatria, che ai Bnei Noach è esplicitamente proibito praticare. In questo senso, affermare l'unità di Dio non è estraneo al cammino noachide, ne è il fondamento.
Gli insegnamenti dei nostri Saggi evidenziano la profondità nascosta nella parola Echad ("Uno"):
- Aleph (א) — Alufo shel Olam, il Padrone del Mondo
- Chet (ח) — sette cieli più la terra
- Dalet (ד) — le quattro direzioni del mondo
Tutto, sopra, sotto e in ogni direzione, è unificato nell'unità di Dio.
Ecco perché tradizionalmente gli ebrei si coprono gli occhi mentre recitano lo Shemà: per allontanarsi momentaneamente dall'illusione della molteplicità e concentrarsi sulla verità più profonda dell'unità divina.
Conclusione
Lo Shemà è innegabilmente una mitzvah ebraica. Ma è anche un versetto della Torah che proclama una verità universale.
Per i Bnei Noach che riconoscono sinceramente l'unità del Dio d'Israele, recitare lo Shemà non è una trasgressione, né un'imitazione, è un'espressione di fede. Non un obbligo, ma un atto significativo.
In definitiva, lo Shemà ricorda a ogni essere umano la stessa realtà:
C'è un solo Dio. E tutta l'esistenza dipende da Lui.
Con i ringraziamenti a Rabbino Tuvia Serber per lo shiur e il feedback.
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