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Il velo di Mosè: perché Paolo fraintende Esodo 34

In 2 Corinzi 3, Paolo presenta un'interpretazione di Esodo 34 che ha avuto grande influenza nel cristianesimo. Secondo lui, Mosè si coprì il volto per nascondere lo sbiadire della sua luminosità, e quel velo funge da simbolo di una "copertura" spirituale duratura su Israele ogni volta che si legge la Torah (2 Corinzi 3:13-15).

Questa lettura può sembrare coerente finché non si esamina attentamente Esodo 34 stesso, e ancora di più se letto insieme ai commentari ebraici classici. L'interpretazione di Paolo non è solo esegeticamente debole, ma fondamentalmente in contrasto sia con il testo che con la tradizione.

Il testo dice il contrario di Paolo

Esodo 34 è straordinariamente preciso nel descrivere la sequenza degli eventi. Mosè prima parla con Dio, poi si rivolge al popolo d'Israele: in entrambi i casi senza velo. Solo dopo aver finito di parlare si copre il volto (Es. 34:33). Quando torna a parlare con Dio, toglie di nuovo il velo (Es. 34:34). Il testo ripete questo schema esplicitamente, come per evitare malintesi.

Questa cronologia è decisiva. Il velo non appare mai durante la rivelazione o l'istruzione. Non può essere inteso a nascondere le parole di Dio o a limitare la comprensione del popolo. La rivelazione viene comunicata senza veli. L'affermazione di Paolo secondo cui Mosè indossava il velo mentre parla, o nascondere qualcosa, è quindi testualmente insostenibile.

Kli Yakar: Umiltà, non occultamento

Il Kli Yakar (Esodo 34:33) interpreta il comportamento di Mosè moralmente piuttosto che teologicamente. Secondo lui, Mosè tolse il velo umiltà personale, sentendosi imbarazzato dal fatto che la gente fissasse la radiosità del suo volto come se dicesse qualcosa su di lui. Eppure il velo doveva essere rimosso quando Mosè riceveva o trasmetteva l'istruzione. L'apprendimento e la rivelazione richiedono apertura; la timidezza non deve interferire – un principio riecheggiato in Pirkei Avot 2:5: “Chi si imbarazza facilmente non può imparare.”

In questa lettura, il velo è non un giudizio su Israele ma un'espressione della sensibilità etica di Mosè. Paolo, al contrario, trasforma questa umiltà in un giudizio teologico contro il popolo – un passo che il Kli Yakar contraddice esplicitamente.

Rabbeinu Bachya: la santità non è uno spettacolo

Secondo Rabbeinu Bachya (Shemot 34:33–34), Mosè non ho mai indossato una maschera mentre insegnavo la Torah, né davanti a Dio né davanti al popolo. Il velo veniva applicato solo dopo il completamento dell'istruzione. La ragione non risiede nell'incapacità del popolo, ma nella natura stessa della santità. La sacra radiosità non è pensata per essere uno spettacolo per osservatori passivi; chi non impara non ha bisogno di "vedere".“ Il velo protegge la santità, non la nasconde. Sorprendentemente, Rabbeinu Bachya nota che Mosè mantenne questo splendore per tutta la sua vita, fino alla sua morte (Deut. 34:7). C'è nessuna menzione di un bagliore che svanisce: questa idea è introdotta solo da Paul.

Sforno: la Torah richiede visibilità, non occultamento

Sforno (Esodo 34:33) rafforza questo punto, sottolineando che il volto di Mosè era scoperto mentre parlava, collegandolo a Isaia 30:20: “I tuoi occhi vedranno i tuoi insegnanti.” L'insegnamento della Torah presuppone la visibilità; il volto dell'insegnante non è concepito per essere nascosto. L'affermazione di Paolo secondo cui il velo rappresenta una copertura necessaria durante lo studio della Torah è quindi non solo esegeticamente debole, ma anche pedagogicamente impossibile all'interno della tradizione ebraica.

Steinsaltz: Distinguere il sacro, non rifiutarlo

Infine, Steinsaltz (Esodo 34:33) spiega che Mosè non voleva "portare" il suo volto luminoso nella vita quotidiana. Il velo segna la distinzione tra momenti sacri e attività quotidiane. Non perché Israele non possa sopportare la vista, ma perché la santità richiede contesto. Paolo, tuttavia, trasforma questa demarcazione in un simbolo di carenza spirituale del popolo. Questa non è una spiegazione di Esodo 34, ma una reinterpretazione con un programma teologico predeterminato.

Conclusione

Quando leggiamo Esodo 34 insieme ai classici commenti ebraici, diventa chiaro che ciò che Paolo fa in 2 Corinzi 3 è non un'interpretazione neutrale del velo di Mosè, ma un'inversione sia del testo che della tradizione:

Esodo 34 e fonti ebraichePaolo
Velo applicato dopo aver parlatoVelo durante il parlare
Rivelazione comunicata svelataRivelazione nascosta per nascondere la gloria che svanisce
L'umiltà di MosèLa cecità di Israele
Il velo segna la santitàSqualifica dell'antica alleanza

Il velo di Mosè nella Torah non è un segno di declino, di gloria che svanisce o di una copertura spirituale su Israele. Esprime riverenza, umiltà e saggezza pedagogica.

Paolo, tuttavia, presenta il velo come prova che Israele non può vedere la Torah senza Cristo e insinua che Mosè stesse nascondendo loro qualcosa. Eppure, in Esodo 34, la rivelazione viene trasmessa completamente svelata e lo splendore di Mosè rimane permanente. Pertanto, il fondamento della metafora di Paolo crolla: il testo non contiene alcun velo che limiti il popolo, né uno splendore evanescente che debba essere nascosto.

La lettura di Paolo non è semplicemente un'altra interpretazione: è testualmente errata, tradizionalmente infondata e concettualmente opposta a ciò che Esodo 34 insegna realmente.

Di Angelique Sijbolts
Con i ringraziamenti al rabbino Tani Burton per il suo feedback

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