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La parashà Pinchas viene letta all'inizio del periodo di Bein HaMetzarim (i "Giorni dell'Angoscia"). Questi giorni sono giorni di lutto per la distruzione del Sacro Tempio che portò al lungo e terribile esilio. Tuttavia, in ultima analisi, la sofferenza dell'esilio è il ponte verso il bene supremo nella vera e completa Redenzione.
Sorge allora la domanda: perché Dio ha agito in questo modo, facendo sì che la grande rivelazione del bene si sviluppasse specificamente da una fase di discesa e occultamento in queste tre settimane? Il Santo, Benedetto Egli sia, non avrebbe potuto concedere il bene direttamente, senza una precedente fase di oscurità?
La spiegazione è che la perfezione del bene e della luce si ha quando emergono dal male e dall'oscurità. È precisamente quando l'oscurità si trasforma in luce e il male si trasforma in bene: questa è la massima perfezione che si possa raggiungere. La luce che proviene dall'oscurità e il bene che proviene dal male sono le forme più sublimi di luce e bene.
Quando il male stesso si trasforma in bene, allora si rivela tutta la potenza del bene, al punto che persino il male stesso gli diventa subordinato. Questa è la ragione profonda di tutte le discese che precedono le ascensioni, e di tutta la questione dell'esilio e della distruzione. Poiché il Santo, Benedetto Egli sia, desidera che il popolo d'Israele e tutte le nazioni del mondo raggiungano la perfezione.
Quando il mondo attraversa la fase della discesa e dell'oscurità, tutto è in nome della perfezione del bene e della luce che saranno rivelati nella vera Redenzione. Quando il mondo attraversa un periodo di tumulto, l'adesione alle Leggi Noachidi diventa un atto cruciale di trasformazione positiva. L'osservanza dei sette comandamenti universali trasformerà il potenziale "male" (manifestato in illegalità, immoralità, idolatria, violenza e ingiustizia) in bene. La salvezza è per il mondo intero, dove la luce divina, frutto di uno stile di vita retto, risplenderà nella sua forma perfetta.
Fonte: Sefer Hasichot 1989, Volume 2, Pagina 581.
Di Rabbi Moshe Bernstein
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